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31Mag2012
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La redazione dell'Ufficio ILO di Roma 
 

La crescita inizia con il dialogo sociale

Sembrano essere tutti, o quasi, d'accordo. Da Camp David, dove si è appena concluso il G8, e da Guadalajara in Messico, dove si sono riuniti i ministri del Lavoro del G20, il messaggio sembra essere stato pienamente recepito: l'austerity non basta, servono politiche di crescita focalizzate sulla creazione di occupazione dignitosa. Un appello che molte organizzazioni internazionali fra cui l'OCSE e la stessa ILO hanno più volte reiterato negli ultimi mesi a fronte di dati occupazionali globali preoccupanti in particolare per le fasce più deboli della popolazione. L'ILO stima che il mondo avrà bisogno di 45/50 milioni di nuovi posti di lavoro l'anno per i prossimi 5 anni se vuole ritornare ai livelli occupazionali pre-crisi.

I numeri certificano come le politiche di rigore, in particolare nell'eurozona, senza una parallela attenzione agli investimenti, all'occupazione e alla protezione sociale, rischiano di avvitare le economie su loro stesse precludendo ogni possibile via di uscita dalla crisi. Non sono riuscite a ridurre i debiti pubblici ma hanno creato un “debito sociale” che, anch'esso, dovrà essere pagato.

Nel suo discorso di apertura dell'annuale Conferenza internazionale del lavoro, il Direttore Generale dell'ILO, Juan Somavia è perentorio “La strada a senso unico dell'austerità per giungere al pareggio di bilancio ha condotto alla stagnazione economica, alla perdita di posti di lavoro, alla riduzione della protezione, con dei costi umani considerevoli, minando quei valori sociali sui quali è stata costruita l'Europa”.

Tra questi, la grande tradizione europea del dialogo sociale, avverte Somavia, rischia di essere indebolita. Ed è proprio il dialogo tra governi, imprenditori e lavoratori la strada indicata da Somavia per uscire dal tunnel della crisi, attraverso investimenti produttivi in imprese sostenibili che possano creare allo stesso tempo posti di lavoro, aumentare la domanda dei consumatori e le entrate fiscali.

Una strada tracciata già nel 2009 dal Patto globale per l'occupazione dell'ILO adottato ad unanimità proprio grazie al dialogo sociale dei costituenti dell'Organizzazione – governi, imprenditori e lavoratori di tutto il mondo. Il Patto è la risposta tripartita alla crisi economica e finanziaria mondiale del 2007-2008, un'opportunità per i Paesi di fare proprie le misure proposte dal documento il cui obiettivo strategico è porre gli investimenti, l'occupazione e la protezione sociale al centro delle politiche nazionali.

Non sarà proprio questa la vera ricetta per uscire dalla crisi?

 
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I commenti

 
 

 Il gattopardo insegna

01/06/2012 ore: 13:19 | willy
Cosa serve e cosa non serve per uscire dalla crisi. Che dilemma. E' stato detto tutto e il contrario di tutto. Gli economisti si schierano tra pro-keynesiani e pro-liberisti, i politici si lanciano accuse senza proporre reali soluzioni, i giornalisti e gli editorialisti continuano a presentarci giornalmente negrologi di un'economia che peggiora di giorno in giorno, sviscerano dati, suicidi, politici corrotti. E intanto l'esercito di lavoratori disoccupati cresce, i giovani si scoraggiano, le imprese chiudono, le tasse aumentano e la JP Morgan fa un buco di 2 miliardi. Cosa è cambiato rispetto a prima della crisi? Niente. Grandi proclami ma le corporazioni, gli intoccabili continuano a fare il loro sporco mestiere e la nave affonda. Mi viene in mente una celebre frase del Gattopardo "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".

 No agli eccessi

01/06/2012 ore: 09:19 | carlo84
Partendo dal presupposto che sono anni che sentiamo i soliti proclami o spot dei leader in contesti come G8 e G20, la verità è che le politiche si fanno nei singoli paesi (per non dire in un paese, la Germania). Mi chiedo quante lacrime e sangue dovranno ancora scorrere prima che la Merkel venga messa in un angolo. La sua austerità miope ha portato l'Europa quasi alla bancarotta benchè io ritenga assolutamente corretto il suo richiamo all'ordine dei conti soprattutto di alcuni paesi europei che hanno avuto negli ultimi anni, per così dire, una gestione "allegra" dei bilanci! Ma, come sempre, non bisogna eccedere nè con il lassismo ma neanche con il rigore. Spero solo che si faccia in fretta a cambiare rotta.
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