La moda che uccide: la minaccia dei jeans sabbiati

Classici, a sigaretta o a zampa d’elefante, i jeans, nati nell'800 come abito da lavoro dei marinai genovesi e divenuti simbolo di ribellione nel secondo dopoguerra, rappresentano ormai uno degli indumenti più comuni e di moda in tutto il mondo. Non molti sanno, però, che dietro ai “mitici” pantaloni in denim si nasconde una minaccia per la salute delle migliaia di lavoratori che ogni giorno da laboratori sparsi in paesi come il Bangladesh, la Cina, la Turchia o l'Egitto alimentano le catene di fornitura delle grandi firme della moda europea.
Questa minaccia si chiama sabbiatura, in inglese sandblasting, tecnica utilizzata per dare ai jeans un aspetto invecchiato attraverso dei compressori ad aria che sparano sabbia naturale sul tessuto. Si tratta di un procedimento che senza adeguate misure di protezione può esporre i lavoratori a forme acute di silicosi, spesso mortali, a causa dell'inalazione delle particelle di silice contenute nella sabbia.
L'allarme sui rischi legati alla sabbiatura manuale dei jeans è stato lanciato dalla
Clean Clothes Campaign
(CCC), campagna internazionale che dal 1989 si batte per il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori nel settore tessile e dell'abbigliamento mondiale, attraverso la sensibilizzazione e la mobilitazione dei consumatori, nonché la pressione sulle imprese e sui governi.
La silicosi non rientra fra le malattie professionali tradizionalmente legate al settore dell'abbigliamento e fino a poco tempo fa era conosciuta per essere diffusa soprattutto nel settore minerario, nell'edilizia o nella produzione di vetro e ceramica. Il primo caso di silicosi dovuta alla sabbiatura dei jeans è stato diagnosticato nel 2005 in Turchia, dove, secondo il Rapporto Fashion Victims (Vittime della moda) realizzato dall'ONG Fair Trade Center con il sostegno della CCC, circa 5.000 lavoratori dell'industria dell'abbigliamento hanno contratto la silicosi e altri 50 sono morti come conseguenza diretta dell'esposizione alla polvere di silice.
Proprio in virtù della recente “scoperta” di questa problematica, la CCC ha chiesto all'ILO e all'Organizzazione Mondiale del Commercio di includere la lavorazione del denim all'interno del loro Programma congiunto per l'eliminazione della silicosi entro il 2030.
In Italia la Campagna Abiti Puliti è sostenuta da una coalizione di associazioni e ONG che da oltre un anno stanno facendo pressione sulle principali firme della moda italiane affinché eliminino la tecnica della sabbiatura dalle loro produzioni, divenendo così un esempio non solo di stile ma anche di responsabilità all'interno del panorama internazionale.
Uno sforzo che sta portando degli importanti risultati. Pochi giorni fa anche il Gruppo Versace, dopo molti mesi di silenzio e resistenze, ha deciso di abolire i jeans sabbiati dalle sue produzioni, impegnandosi ad utilizzare in futuro tecniche alternative e sicure per la realizzazione del denim “scolorito”.
Si tratta di una scelta che si dimostra coerente con quanto affermato nel Codice etico del Gruppo, in cui l'azienda dichiara di definire rapporti di collaborazione con i propri fornitori “nel rispetto delle normative vigenti, avendo attenzione ai migliori standard professionali, alle migliori pratiche in materia di etica, di tutela della salute e della sicurezza e del rispetto dell’ambiente”.
Versace si unisce così al gruppo di firme italiane che avevano già risposto positivamente all'appello della Campagna: Benetton, Carrera Jeans, Gucci e Replay.
La partita, però, non è ancora chiusa e la Campagna Abiti Puliti si rivolge oggi a due grandi nomi della moda italiana che rifiutano di eliminare la sabbiatura o di fornire informazioni sulle proprie politiche aziendali in merito a questa tecnica. Gli stilisti, i produttori e i consumatori devono sapere che “uccidere i lavoratori non è sexy”.




