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10Ott2011
 
 

Donne al lavoro per la pace e lo sviluppo

Tre donne, tre diverse storie di vita accomunate da un impegno comune: “la lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare pienamente al processo di pace”. È in virtù di questa battaglia che venerdì scorso sono state insignite del Premio Nobel della Pace il Presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf, la liberiana Leymah Gbowee, avvocato pacifista impegnato per i diritti delle donne, e la yemenita Tawakkul Karman, protagonista delle rivolte contro il regime di Ali Abdallah Saleh.

Nelle sue motivazioni la Commissione Norvegese per il Nobel sottolinea che “non sarà possibile raggiungere la democrazia e la pace duratura nel mondo se le donne non otterranno le stesse opportunità degli uomini per influire sullo sviluppo a tutti i livelli della società”. Ciò che emerge da questa assegnazione dal significato fortemente simbolico è il ruolo della donna come promotrice di pace, l'importanza della piena partecipazione femminile alla vita politica e sociale come presupposto della democrazia, ma sopratutto la necessità di garantire l'empowerment delle donne come aspetto cruciale della lotta alla povertà e di qualsiasi processo di sviluppo.

Un empowerment che passa obbligatoriamente attraverso il lavoro, un lavoro dignitoso che permetta di compiere il primo passo verso l'indipendenza economica e l'autodeterminazione.

Nonostante i progressi raggiunti negli ultimi decenni nel campo dell'uguaglianza di genere, ancora oggi sono numerosi gli ostacoli, di natura culturale, sociale ed economica, che impediscono alle donne di godere di pari diritti e opportunità in termini di accesso e partecipazione al mercato del lavoro. Ostacoli che risultano ben più limitanti all'interno dei paesi in via di sviluppo dove il ruolo della donna è spesso tradizionalmente rilegato alle sole responsabilità familiari e dove il lavoro femminile è perlopiù svolto, sottopagato e senza alcuna tutela, fra le fila dell'economia informale.

Non a caso il tema dell'empowerment sociale ed economico delle donne e dell'uguaglianza di genere sarà al centro di uno dei dibattiti della prossima Riunione Regionale Africana dell'ILO, che si svolgerà a Johannesburg dall'11 al 14 ottobre con l'intento di analizzare i progressi compiuti fino ad oggi e i passi ancora da compiere per raggiungere i risultati previsti dall'Agenda del Lavoro Dignitoso in Africa (2007-2015).

Nel continente africano le donne continuano ad avere ridotte opportunità di accesso ad un lavoro retribuito principalmente a causa di politiche occupazionali e pratiche di reclutamento discriminatorie, nonché per via di una divisione iniqua delle responsabilità domestiche e familiari. In particolare, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) la partecipazione femminile all'occupazione non agricola si attesta al 32% nell'Africa sub-sahariana e soltanto al 20% in Nord Africa. Inoltre, la vulnerabilità economica delle donne è aggravata dal mancato controllo sulle risorse produttive e sulla terra.

Come afferma la Risoluzione dell'ILO “Gender equality at the heart of decent work”, adottata dalla Conferenza Internazionale del Lavoro nel 2009, l'uguaglianza di genere rappresenta un obiettivo trasversale che deve essere perseguito attraverso tutti e quattro gli obiettivi strategici dell'Agenda del lavoro dignitoso: promuovere i principi e i diritti fondamentali nel lavoro; rafforzare la sicurezza e la protezione sociale; e consolidare il dialogo sociale e il tripartismo.

Fra le Convenzioni dell'ILO più importanti in materia di promozione dell'uguaglianza di genere vi sono la Convenzione n. 100 sull’uguaglianza di retribuzione del 1951 e la Convenzione n. 111 sulla discriminazione (impiego e professione) del 1958, ratificate rispettivamente da 51 e 53 Stati africani. Un numero significativo che si scontra, però, con un basso livello di attuazione. Meno diffuso, invece, il numero di ratifiche raggiunto in Africa per la Convenzione n.156 sui lavoratori con responsabilità familiari del 1981 (Etiopia, Guinea, Mauritius e Niger) e per la Convenzione n. 183 sulla protezione della maternità del 2000 (Mali e Marocco).

Oltre a prevedere la tutela giuridica del diritto alla parità è altrettanto importante garantire che le donne e le giovani africane abbiano gli strumenti necessari per inserirsi nel mercato del lavoro. Per questo è fondamentale migliorare l'accesso all'istruzione di qualità, investendo nella formazione professionale e nello sviluppo delle competenze.

Promuovere la parità di genere e l'empowerment delle donne a partire dall'istruzione è quanto prevede anche il terzo Obiettivo di Sviluppo del Millennio, un obiettivo che va al di là di una mera questione di giustizia sociale e che ha un importante risvolto anche a livello economico. D'altronde, come sottolineato dal Summit sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio del 2010, “le donne sono agenti di sviluppo e investire su di loro ha un effetto moltiplicatore sulla produttività, l'efficienza e la crescita economica”.

 
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